Bioplastiche vietate e lotta alle plastiche monouso

Dal 3 luglio è scattato il divieto della plastica monouso come previsto dalla direttiva europea SUP. Vediamo di cosa si tratta e perché sono vietate anche le bioplastiche.

Il divieto della plastica monouso, alla fine, è arrivato. È passato un po’ in sordina vista l’emergenza Covid che ci attanaglia da quasi due anni. L’ora X è scattata il 3 luglio: da quel giorno in Europa i prodotti usa e getta realizzati in plastica sono fuori legge. È una cosa che era nell’aria già da due anni: il divieto era previsto nella direttiva europea 904 del 2019, nata perché non siamo capaci di gestire l’usa e getta in modo civile. Allora, preveniamo e riduciamo la plastica nei mari, vietando il materiale con cui questi oggetti vengono prodotti.

I nostri mari sono sempre più colmi di rifiuti, soprattutto di plastica monouso come ha dimostrato un recente studio pubblicato sulla rivista Nature Sustainability. Ogni anno finiscono nel mare, in tutto il mondo, 8 milioni di tonnellate di rifiuti plastici: piatti, bicchieri, reti, sacchetti, bottiglie, imballaggi. E, grazie alle correnti, la plastica che rimane in superficie va a formare delle grandi isole. La più famosa si trova nell’Oceano Pacifico e una si sta formando anche nel Mediterraneo, tra l’Elba e la Corsica. Nel tempo la plastica si deteriora, ma negli oceani non sparisce perché l’ambiente marino ne favorisce la conservazione. Alcuni frammenti vengono ingoiati da tartarughe, delfini, balene, pesci, e altri diventano piccole particelle, le cosiddette “microparticelle” che si mescolano con il plancton, rientrano nella catena alimentare e … ce le ritroviamo nei nostri piatti!

In questo clima di allarme nasce la cosiddetta Sup (Single Use Plastics) recepita dall’Italia nell’aprile 2021. Ad essere vietati sono i prodotti monouso realizzati in plastica, ma anche i prodotti in carta rivestiti da film plastici (come piatti e bicchieri) e i prodotti in plastica biodegradabile, per i quali il nostro paese, leader nel settore, ha previsto un’eccezione aprendo così un contenzioso con l’Europa.

Ma procediamo con ordine.

Cos’è e cosa prevede la Direttiva SUP 

La Direttiva SUP è una normativa dell’Unione Europea che dal 3 luglio 2021 vieta l’utilizzo di determinati prodotti in plastica monouso per i quali esistono alternative in commercio.

La direttiva mira a prevenire e contrastare l’inquinamento marino causato dalla dispersione della plastica, soprattutto quella usa e getta molto presente nei nostri mari. Perciò viene indicata con l’acronimo SUP che sta per Single Use Plastic, letteralmente “plastica monouso”. La strategia scelta è colpire la fonte: vietare e disincentivare la produzione e commercializzazione di alcuni oggetti monouso in plastica, specie i prodotti e gli imballaggi che rientrano tra i dieci rifiuti più rinvenuti sulle spiagge europee.

Di seguito l’elenco dei prodotti monouso vietati dalla direttiva:

  • Bastoncini cotonati per la pulizia delle orecchie
  • Posate (forchette, coltelli, cucchiai, bacchette)
  • Piatti (sia in plastica che in carta con film plastico)
  • Cannucce
  • Mescolatori per bevande
  • Aste per palloncini (esclusi per uso industriale o professionale)
  • Contenitori con o senza coperchio (tazze, vaschette con relative chiusure) in polistirene espanso (EPS) per consumo immediato (fast-food) o asporto (take-away) di alimenti senza ulteriori preparazioni
  • Contenitori per bevande e tazze sempre in EPS
  • Tutti gli articoli monouso in plastica oxodegradabile (plastiche convenzionali additivate per dissolversi nel terreno per poi essere aggredite dai batteri, ndr).

La direttiva spiega nell’articolo 3 che “la plastica è di solito definita come un polimero cui possono essere stati aggiunti additivi”.

In questa definizione sono inclusi anche gli articoli “a base organica e biodegradabile, a prescindere dal fatto che siano derivati da biomassa o destinati a biodegradarsi nel tempo”. Le bioplastiche biodegradabili, per capirci. Siano esse derivate da fonti rinnovabili (totalmente o parzialmente) o da quelle petrolchimiche, o aventi caratteristiche di biodegradabilità o compostabilità, i prodotti di bioplastica o plastica vegetale rientrano tra i polimeri modificati chimicamente e quindi fra i materiali vietati.

Gli unici polimeri naturali non modificati chimicamente che non sono soggetti al divieto sono quelli naturali organici: le fibre naturali non sottoposte a modifiche chimiche per ottenere il manufatto. Si tratta delle fibre di canna da zucchero, bambù, canapa, cellulosa, riso, caucciù e cocco. Sarà quindi permesso consumare articoli monouso in questi materiali.

Le plastiche biodegradabili sono state dunque incluse fin dal 2019. E il nostro paese – che produce il 66 per cento di tutta la plastica biodegradabile d’Europa – ahinoi, lo sapeva.

Cosa sono le bioplastiche e la biodegradazione

Secondo il Cnr, si possono definire bioplastiche quelle ottenute con materiali biodegradabili e compostabili. Esistono due tipi di bioplastiche:

1) quelle che derivano da una miscela formata da acido lattico, amido (di mais, frumento, patate, tapioca, riso) e gli scarti della lavorazione del petrolio.

2) Quelle che derivano da microrganismi alimentati con zuccheri o lipidi.

Gli oggetti monouso più comuni prodotti con questo tipo di materiale sono i sacchetti per la spesa, per l’umido, teli agricoli, sacchetti ultraleggeri, bicchieri, film per imballaggi, per alimenti, posate. La Commissione ha chiarito che le plastiche biodegradabili a base biologica sono considerate plastica ai sensi della direttiva SUP.

Mentre un elemento si definisce biodegradabile non tanto per la sua materia prima quanto per la sua struttura chimica, la biodegradazione è un processo naturale che può richiedere centinaia di anni e ciò dipende dal tipo di materiale e dall’ambiente.

Per trasformare le bioplastiche in compost c’è bisogno, però, di un adeguato trattamento in impianti dedicati. La compostabilità delle plastiche bio prevista dalla normativa europea Uni EN 13432  concerne una biodegradazione che avviene in 90 giorni e solo in impianti di compostaggio che hanno determinate concentrazioni di batteri e temperature elevate. In ambiente domestico, invece, le temperature cambiano e queste plastiche devono degradare al 90 per cento entro 12 mesi. Nell’ambiente marino la situazione si complica. Non esistono ancora studi che certificano che le bioplastiche si degradino nel mare in un breve lasso di tempo e senza causare danni all’ambiente. Per quanto possano essere biodegradabili, non è possibile determinare la durata perché cambiano le condizioni di temperatura, presenza di ossigeno, carica batterica … asserire che i prodotti compostabili spariscano rapidamente nell’ambiente è un eufemismo e un’affermazione scientificamente smentita.

Il contenzioso Italia-CE nella lotta contro l’usa e getta

Come abbiamo già detto, l’Italia produce il 66 per cento di tutta la plastica biodegradabile d’Europa. La direttiva SUP è stato un così duro colpo per molte industrie e il nostro Paese ha aperto un contenzioso con la Commissione europea che ora sembra in via di soluzione.

L’Italia è l’unico paese europeo che da anni punta sulla plastica biodegradabile e compostabile: abbiamo creato 280 aziende con 2.780 addetti e un fatturato annuo di 815 milioni di euro. Ora rischiamo di perdere posti di lavoro e denaro anche se lo sapevamo già dal 2019 che l’orientamento della Commissione sarebbe stato quello di escludere le bioplastiche. Ma la politica, le associazioni di categorie, le imprese non hanno saputo fare fronte comune nelle trattative.

Non a caso, la maggior parte delle norme finora adottate in Italia ha promosso e incentivato la sostituzione dei prodotti monouso realizzati in plastica tradizionale con prodotti monouso realizzati in bioplastica compostabile.

Questo forte sbilanciamento verso la sostituzione del monouso in plastica con alternative in materiale compostabile è stato sempre criticato da alcune associazioni ambientaliste come Greenpeace che, laddove fosse stato possibile, auspicava da sempre l’adozione di politiche “in grado di superare il ricorso all’usa e getta”.

In una intervista rilasciata la scorsa primavera al fattoquotidiano.it, il responsabile della campagna Inquinamento dell’associazione, ha ribadito che limitare i danni ambientali causati dalle plastiche non vuol dire sostituire i materiali e non intaccare il modello del consumo usa e getta. L’invito è quello a ridurre il ricorso al monouso e creare quelle condizioni socio-economiche e normative che consolidino i modelli di business e di consumo basati sull’utilizzo di prodotti durevoli, riutilizzabili, sostenendo la vendita di prodotti sfusi.

Non è difficile rimarcare che la lotta al monouso è una delle prerogative dell’economia circolare. La sostituzione delle plastiche con le bioplastiche non risolve il problema, anzi lo rinvia. Non vogliamo ritrovarci domani con un mare in cui, al posto delle plastiche, ci sono le bioplastiche. Bisogna ridurre il consumo dell’usa e getta e incentivare maggiormente il recupero e il riutilizzo.

Naturalmente, non si deve demonizzare la plastica come il nemico numero uno dell’ambiente. Non dimentichiamoci che la plastica trova molto spazio nelle applicazioni sanitarie anche “salvavita” (dagli stent alle valvole cardiache, dalle siringhe alle sacche per il sangue, alle protesi). Non è il materiale in sé il pericolo, ma la dispersione nell’ambiente dei prodotti monouso.

Il problema è educativo: manca un forte senso civico e ambientale nella nostra società. Non solo la plastica, ma nessun rifiuto deve essere disperso nell’ambiente e bisogna continuare a differenziare bene, soprattutto la plastica grazie anche al supporto di App come Riciclario.

Tuttavia, l’educazione non basta se non ci entra in testa il fatto che il miglior rifiuto è quello che non si produce. Questa è l’idea che permea tutta la direttiva Sup, la quale auspica maggior riduzione e riutilizzo in quanto sono essi i due concetti fondamentali dell’economia circolare e nella gerarchia delle R (Riduzione, Riutilizzo, Riciclo e Recupero) vengono prima del riciclo.

Non possiamo puntare solo sulla sostituzione di un materiale con un altro meno inquinante o affidarci esclusivamente al riciclo. Una delle strade da intraprendere consiste nella riduzione dei consumi. Sarà una strada impopolare, ma se continuiamo a crescere numericamente il consumo uso e getta diventerà sempre di più un modello di sviluppo insostenibile.

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