End of waste: tra dubbi normativi e nuove opportunità di valorizzazione.

I bambini sono bellissimi. I bambini sono il nostro futuro. Una fortuna averli e crescerli. Pappette, sorrisi, ciucci, scarpette e … pannolini! Niente da fare. Alla parola pannolini il desiderio di maternità o paternità di molti di noi, fa spesso una bella virata verso il basso. Scene ben rappresentate in film come “Tre scapoli e un bebè” con Tom Selleck, ma a far paura non dovrebbe essere quel banale senso di inadeguatezza che a volte colpisce i neo genitori – e che a dire il vero, per amore, superano velocemente – quanto la consapevolezza che i pannolini sono un lusso e per di più … piuttosto inquinante.

Qualcuno ha calcolato che nei primi tre anni di vita un bambino arrivi ad utilizzare 6.000 pannolini, forse il calcolo appare troppo generoso, ma chi ha avuto figli piccoli sa bene che sono cifre che si possono raggiungere e superare, in fondo si tratta di 5 pannolini al giorno. In pratica una tonnellata di rifiuti fino a ora non differenziabili che per il loro smaltimento in discarica impiegherebbero circa 500 anni per essere degradati e che, se invece finissero negli inceneritori, dovrebbero essere trattati per motivi igienici per consentire al materiale di bruciare senza ulteriori danni all’ambiente.

Siamo abituati a considerare i pannolini come rifiuti, ma nei mesi passati si sono verificate due circostanze fondamentali atte a determinare “l’end of waste” di un rifiuto come il pannolino: la prima, importante, la creazione di una tecnologia in grado di compiere il miracolo, la seconda, fondamentale, la promulgazione di una normativa. Grazie alla compresenza di queste due circostanze, sono nate e possono nascere in Italia nuove filiere industriali e di economia circolare.

Andiamo per ordine. Cosa significa esattamente “end of waste”? E’ vero, ha un nome da videogame di guerra, ma in realtà si tratta di un processo: “end of waste” è quel processo attraverso il quale un rifiuto torna a svolgere un ruolo utile come prodotto. In senso esteso si intendono le normative necessarie per stabilire le condizioni alle quali un rifiuto – al termine di un processo di recupero – è trasformato nuovamente in un normale bene economico, non più assoggettato alle rigorose disposizioni della normativa sui rifiuti.

Ma quando un rifiuto non è più un rifiuto?

L’art. 184-ter del Codice dell’ambiente, che rappresenta un passo fondamentale verso l’economia circolare, ci spiega che un rifiuto cessa di essere tale quando è stato sottoposto a un’operazione di recupero, incluso il riciclo e la preparazione per il riutilizzo, e soddisfa criteri specifici, rispettando le seguenti condizioni:

• è comunemente utilizzato per scopi specifici:
si deve trattare, cioè, di prodotti diffusi, generalmente applicati in ambiti noti ed atti a svolgere funzioni conosciute e definite;

• esiste un mercato o una domanda per tale sostanza od oggetto:
il fatto che esista un mercato dimostra che difficilmente l’oggetto derivante dal recupero sarà abbandonato;

• la sostanza o l’oggetto soddisfa i requisiti tecnici per gli scopi specifici e rispetta la normativa e gli standard esistenti applicabili ai prodotti:
l’oggetto deve, cioè, poter garantire le prestazioni richieste in concrete condizioni di utilizzo o di consumo, conformemente tanto alle norme di legge quanto alle norme tecniche relative al bene specifico;

• l’utilizzo della sostanza o dell’oggetto non porterà a impatti complessivi negativi sull’ambiente o sulla salute umana.

Tornando al nostro esempio iniziale, cioè i pannolini, noi italiani, unici sul pianeta, abbiamo creato la tecnologia in grado di valorizzare i prodotti assorbenti per la persona usati, trasformandoli in plastica, cellulosa e polimero super assorbente, garantendo vantaggi ambientali ed economici per tutti.
Nel bel Paese sorge il primo impianto su scala industriale al mondo in grado di riciclare il 100% di questi prodotti assorbenti.

Tra i tanti componenti, ad esempio, le plastiche eterogenee a base di poliolefine “recuperate” dai pannolini, possono essere impiegate in processi di trasformazione manifatturiera o per scopi specifici come manufatti plastici, materiali per il settore automobilistico e produzione di syngas (gas di sintesi) per applicazioni diverse dalla combustione. Un “riciclo virtuoso” che unisce industria, ambiente, posti di lavoro e si innesta nella corretta gestione del ciclo dei rifiuti così come l’Europa chiede.

Non solo pannolini per bambini, ma tutti i PAP, ovvero i prodotti assorbenti per la persona che fino a oggi venivano gettati assieme ai rifiuti indifferenziati, a partire dall’entrata in vigore del Decreto possono essere smaltiti separatamente, con raccolta differenziata; prodotti che cessano di essere qualificati come rifiuto ai sensi e per gli effetti del citato articolo 184-ter del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152. A livello normativo quest’anno è stato infatti firmato il Decreto sul recupero dei pannolini, dal Ministro dell’Ambiente, e ne sono stati annunciati altri per carta da macero, plastiche miste, gomma vulcanizzata granulare e rifiuti da costruzione e demolizione.

Fin qui tutto bene, eppure c’è qualcosa di cui ancora non possiamo essere soddisfatti.

Il nostro Paese è relativamente tra i migliori in Europa in termini di raccolta differenziata segnando un importante incremento dal 28,5% del 2006 al 52,5% del 2016 (secondo i dati dell’Ispra stilati nel Rapporto sui rifiuti del 2018). Ma l’Italia resta indietro in termini di prevenzione: non ricicliamo abbastanza per poter far fronte ai rifiuti che produciamo.

Nel mezzo c’è anche un “vuoto” normativo. Nel 2016, il ministero dell’Ambiente aveva riconosciuto il potere in capo alle Regioni di definire in assenza di regolamenti, i criteri per la cessazione della qualifica di rifiuto caso per caso, dando quindi una certa flessibilità. In un secondo momento, è arrivata la sentenza del 28 febbraio 2018 che ha indicato nello Stato, e non nelle Regioni, il soggetto responsabile di determinare un rifiuto recuperabile, è la confusione normativa è stata subito chiara. La legge ‘Sblocca Cantieri’ approvata in primavera è infatti intervenuta sul tema dell’End of Waste prevedendo che le attività di riciclo/recupero potessero essere abilitate o rinnovate se conformi alle tipologie di rifiuti disciplinati da Decreti Ministeriali che molti però ritengono datati e non adeguati al progresso tecnologico degli ultimi 20 anni.

Un caso è quello del riciclo della carta. In un recente articolo anche i vertici di Assocarta, associazione industriale di categoria, hanno sostenuto come sarà difficile sviluppare il riciclo fino al momento in cui il Governo non recepirà la direttiva rifiuti 851/2018 che prevede una serie di criteri per le autorizzazioni caso per caso a livello regionale. Il settore della carta è particolarmente impegnato nell’economia circolare ed è costituito da 120 imprese, 20mila addetti, un fatturato di 8 miliardi di euro e una produzione di 9 milioni di tonnellate di cui 5 milioni proveniente dal riciclo che rappresenta il 51% del totale, con il 34% proveniente da fibra vergine.

Altrettanto importante il caso della valorizzazione dei rifiuti da costruzione e demolizione: una questione nodale per l’economia del Paese e che coinvolge decine di migliaia di imprese e migliaia di impianti di recupero. Come hanno sostenuto molte associazioni di rappresentanza del settore edilizia stabilire regole chiare attraverso le quali poter valorizzare pienamente questi materiali nelle costruzioni è un passo importante per l’economia di un settore che negli ultimi anni ha perso più di 500.000 posti di lavoro e può trovare una importante leva di ripresa proprio nell’Economia circolare

Nuove opportunità di valorizzazione sono però all’orizzonte e possono essere ancora colte.

Nelle ultime settimane il riconfermato Ministro Costa, proprio sull’argomento “end of waste” ha comunicato che l’iter del provvedimento sul polverino da pneumatici fuori uso è in fase di completamento, e sono in fase avanzata quelli dedicati a pastello di piombo, plastiche miste, carta da macero e pulper (scarto dell’industria cartaria), mentre sono state avviate le verifiche di fattibilità per i decreti su vetro sanitario, vetroresina, rifiuti da spazzamento stradale, oli alimentari esausti, ceneri da altoforno, tessili, residui da acciaieria.

Ad esempio, la realizzazione di asfalti modificati con polverino, possono migliorare le caratteristiche di durata e prestazione ai fini della sicurezza con conseguente sensibile contenimento degli interventi e dei costi di manutenzione, la riduzione della rumorosità, l’ottimo drenaggio in caso di pioggia, la miglior risposta in caso di frenata improvvisa.

Risultati che significano soprattutto l’impiego di una risorsa derivante dal riciclo di pneumatici dismessi, un’operazione di importante valenza ambientale. È il caso della IRIGOM – Industria Riciclaggio Gomme – impegnata dal 2006 nel recupero di materia prima da pneumatici fuori uso. L’azienda effettua il trattamento degli pneumatici finalizzato allo stoccaggio e al successivo recupero mediante selezione e cernita, separazione, lavaggio e adeguamento volumetrico per destinarli al recupero energetico presso cementerie autorizzate e/o per la produzione di materia prima secondaria. Vengono così creati due tipologie di prodotti: triturato di gomme, destinato alle cementerie per il recupero energetico e granulo di gomme destinato ad applicazioni in impianti sportivi e a applicazioni per l’ingegneria civile, come gli asfalti drenanti. In particolare Irigom ha realizzato a Massafra la prima strada ecosostenibile asfaltata con polverino di gomma da riciclo (foto).

L’End of Waste, è quindi sempre più una condizione essenziale perché molte imprese possano diventare protagoniste dell’economia circolare. Prevenzione, riuso, riciclo, recupero di materia, recupero di energia, smaltimento. Nessun passaggio escluso. È enorme la sfida che ci aspetta come cittadini, stretti tra difficoltà normative, lunghezze burocratiche e cattivi comportamenti. Importante però è come la sostenibilità sia ormai un tema centrale nella nostra vita. L’end of waste è un’opportunità che non dobbiamo perdere di vista perché siamo circondati da materiali e prodotti che potrebbero generare nuovi business e nuovi modelli e creare un indotto economico considerevole come quello previsto dalla stessa Commissione Europea sul tema economia circolare: 500 mila posti di lavoro di cui 190 mila solo in Italia, i così detti Green Jobs.

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