Lotta alle plastiche monouso e alle microplastiche: non c’è tempo da perdere.

La presenza delle microplastiche negli oceani è causata dalla produzione industriale di plastica non riciclabile: una situazione che determina effetti negativi sull’intera catena alimentare marina e, di conseguenza, anche sull’uomo.

Chiudete gli occhi e andate indietro con la memoria. A quando i film erano muti. In bianco e nero. Ma capaci già di suscitare grandi emozioni. Toccare temi attuali, scenari futuri, ineluttabili. Ed eccolo il nostro film, ma soprattutto il nostro attore. Charlie Chaplin, fragile e ingenuo cercatore d’oro in “The Gold Rush” pronto a banchettare con una bella scarpa. Sta lì tra i nostri ricordi Charlot. In preda ad una fame irresistibile, si prepara una scarpa bollita e se la mangia, togliendo i chiodi come se fossero le ossa di un delizioso cappone e mangiando le stringhe come spaghetti. Inutile girarci intorno. Quel giorno è vicino o forse è già arrivato. Il giorno in cui per fame, disperazione, errore, o per scarsezza di rispetto per noi stessi e per la natura che ci circonda, stiamo mangiando l’immangiabile. Plastica tanto per cominciare.

La presenza delle plastiche e microplastiche in mare e i suoi effetti sulla biosfera.

In un articolo pubblicato qualche mese fa da Repubblica si racconta di due bravi ecologi italiani che hanno presentato uno studio che tenta di far luce, ad esempio, sulla presenza delle plastiche in mare e i suoi effetti sulla biosfera. Ecco alcuni dati: 335 milioni di tonnellate di plastica prodotte nel 2016, di queste 15 milioni sono finite in mare … 400 anni il tempo in cui una bottiglia di plastica può restare in acqua …  20% dell’inquinamento da plastica in mare rilasciato da navi mercantili o piattaforme oceaniche per l’estrazione … e così via. Ne abbiamo parlato anche in quest’articolo. Un bel disastro. Lo studio non lascia dubbi sul fatto che le sostanze plastiche siano state trovate sin dai gradini più bassi della catena alimentare: dallo zooplancton ai grandi pesci, e il fatto che non si vedano, non esclude la loro presenza. Dobbiamo quindi preoccuparci soprattutto perché la plastica accumulata nei tessuti degli organismi viventi negli oceani può raggiungere anche noi esseri umani tramite il consumo di pesce o frutti di mare. Insomma la sindrome da Charlot ci ha colpiti, eccome.

Ma cosa è la plastica? La plastica, dal greco “plastikos” che significa plasmare, dare la forma – proprio a volerne rimarcare la sua grande utilità e duttilità – è composta da serie di polimeri creati dall’uomo in laboratorio, grazie all’uso di petrolio, carbone e gas naturali. Più nello specifico, le molecole polimeriche si formano tramite l’unione di tanti monomeri, che sono composti di carbonio e idrogeno derivanti da petrolio e metano, particelle davvero piccolissime che, attraverso processi chimici complessi, si uniscono tra di loro. L’unione di questi monomeri crea vari polimeri appunto, che assieme formano un’unica molecola lineare, ovvero la plastica.

La plastica la conosciamo. Un materiale leggero resistente, igienico, versatile, bello da vedere, con tanti pregi: a temperatura ambiente è solida, è un isolante elettrico, termico e acustico, è impermeabile a liquidi e gas … ma ha ulteriori pregi che rappresentano anche i suoi maggiori difetti. La plastica non è biodegradabile (ossia non si dissolve nell’acqua), dura nel tempo e resiste agli agenti atmosferici e bruciandola produce gas altamente tossici e inquinanti.

E il danno economico della plastica in mare? Nel sito del parlamento europeo è pubblicata una interessante infografica dove si calcola una perdita da inquinamento che potrebbe raggiungere i 695 milioni di euro, specie per il settore turistico e quello ittico ovviamente.

Il vero problema è l’uomo

Ma il vero problema, come sempre, non è il materiale che inquina in quanto tale. Siamo noi umani a inquinare e devastare l’ambiente lasciando in giro bottigliette, sacchetti, spazzolini, cannucce, bicchieri e così via. Poi l’elevata resistenza agli agenti atmosferici e al passare del tempo di questo materiale fanno il resto. Infine, quando giunge in mare, rappresenta un grave pericolo per le creature marine pronte a confonderla per qualcosa di commestibile, pronte come Charlot a scambiare una suola per una bistecca.

Siamo senza speranza? No, qualcosa si è mosso nel melmoso mare della politica internazionale. Per cominciare, l’Europa sembra sempre più impegnata ad affrontare il problema dei rifiuti di plastica una volta per tutte, tramite una nuova strategia che propone di rendere tutti gli imballaggi di plastica riciclabili o riutilizzabili entro il 2030. Inserita nel processo di transizione verso un’economia più circolare, questa strategia punta a ridurre l’inquinamento promuovendo al tempo stesso la crescita e l’innovazione.

Molto importante è anche l’accordo politico per bandire gli oggetti prodotti in plastica monouso da poco raggiunto all’interno dell’Europarlamento: si procederà un po’ alla volta a partire dal 2021, partendo da bastoncini cotonati, posate, piatti, bicchieri, cannucce, mescolatori per bevande e aste per palloncini. Tutti questi prodotti dovranno essere fabbricati esclusivamente con materiali sostenibili. In più, i contenitori per bevande in plastica monouso saranno ammessi solo se i tappi e i coperchi saranno progettati per restare attaccati al contenitore. Un bel passo avanti se pensiamo che la direttiva emanata prevede che entro il 2029, il 90% delle bottiglie di plastica dovrà essere raccolto separatamente, ed entro il 2025, il 25% delle bottiglie di plastica dovrà contenere materiale riciclato. Va detto che poiché il testo legislativo prevede che siano i governi nazionali ad imporre una riduzione nell’uso degli oggetti di plastica, sta quindi sempre a noi cittadini trasformare queste parole in fatti.

Le misure europee contro le microplastiche

Oltre questa strategia contro le plastiche che mira ad aumentare i tassi di riciclaggio dei rifiuti di plastica nell’UE, lo scorso settembre il Parlamento ha proposto alla Commissione europea anche una lista di misure contro le microplastiche che si trovano in quantità crescenti negli oceani. Ma cosa sono esattamente le microplastiche e da dove provengono? Le microplastiche sono dei minuscoli pezzi di materiale plastico, solitamente inferiori ai 5 millimetri. In base alla loro origine, possono essere suddivise in due categorie principali, quelle primarie e quelle secondarie. Le “primarie” sono quelle rilasciate direttamente nell’ambiente sotto forma di piccole particelle e si stima che questa categoria di microplastiche rappresenti il 15-31% delle microplastiche presenti nell’oceano, ad esempio sono quelle che si disperdono con il lavaggio di capi sintetici o in seguito all’abrasione degli pneumatici durante la guida o quelle aggiunte intenzionalmente nei prodotti per la cura del corpo come gli scrub facciali. Le “secondarie” invece, sono quelle prodotte dalla degradazione degli oggetti di plastica più grandi, come buste, bottiglie o reti da pesca e rappresentano la maggior parte di quelle presenti negli oceani.

Le microplastiche sono state trovate negli alimenti e nelle bevande, compresi birra, miele e acqua del rubinetto. Una recente ricerca dell’università tedesca di Oldenburg ha analizzato ad esempio i cristalli di cinque diverse specie di “fleur de sel”, un sale marino nobile, rintracciando la presenza di nove diversi tipi di plastica, con residui tra i 138 e i 1796 microgrammi per chilo. E se non bastasse questo come allarme ricordiamo che qualche mese fa l’OMS ha pubblicato i risultati di un’analisi condotta su 259 bottiglie d’acqua di 11 marche differenti, provenienti da 19 località disseminate in nove paesi diversi e che la ricerca ha portato alla inquietante scoperta di una media di 325 particelle di plastica per ogni litro d’acqua venduto. Per cui, non c’è nulla di cui stupirsi se di recente sono state trovate particelle di plastica anche nelle feci umane. E gli effetti sulla salute sono tutti da scoprire.

Come dicevamo, qualcosa si muove a livello europeo ma i tempi sono lunghi. In seguito alle richieste della Commissione Europea, la ECHA – cioè l’autorità di regolamentazione che si occupa del settore delle sostanze chimiche – ha formulato alcune proposte di restrizione per le oxo-plastiche e per particelle di microplastiche intenzionalmente aggiunte a prodotti di uso professionale o di altro tipo. Una azione importante all’interno di quelle manovre con cui l’UE sta affrontando il problema della riduzione della plastica, a partire dalla tassazione, dai divieti di oggetti monouso a cui abbiamo fatto prima riferimento, fino agli investimenti nella modernizzazione dei settori coinvolti, anche attraverso il riciclo.

Conclusioni: come aiutare il nostro pianeta e i nostri mari a non morire soffocati dalla plastica

E noi cittadini da dove possiamo iniziare per aiutare il nostro pianeta e i nostri mari a non morire soffocati dalla plastica? A volte si può iniziare con un piccolo gesto. Possiamo suggerire agli amministratori del nostro Comune di adottare una applicazione utile e facile da usare come Riciclario! Grazie a Riciclario, possiamo comunicare come fare correttamente la raccolta differenziata … ed è già moltissimo.

Con la App Riciclario possiamo sapere come e quando conferire i nostri rifiuti in plastica nel nostro Comune. Con la collaborazione attenta di ciascuno di noi e l’accesso alle giuste informazioni che può dare Riciclario, possiamo migliore la nostra città e l’ambiente in cui viviamo. Dove si raccolgono le pellicole di plastica? Dove va gettato il polistirolo? Cosa devo fare con la mia vecchia collezione di CD da gettare via? In quale cassonetto lasciare posate o giocattoli in plastica? Quali sono i giorni e gli orari previsti per la raccolta della plastica nel mio Comune? Sono solo alcune delle domande a cui Riciclario può rispondere aiutando te, i tuoi amministratori e il tuo Comune a salvare il mondo.

E’ nostro dovere di cittadini e abitanti del pianeta infatti, aiutare le generazioni attuali e future ad assicurarsi la possibilità di godere dei loro diritti: un ambiente pulito, salubre e sostenibile. Anche scegliendo delle App che possono essere nostre alleate. Perché come ha detto recentemente un altro grande attore, paradossalmente un eroe della celluloide, Harrison Ford, in un discorso disperato pronunciato al Global Climate Action Summit di San Francisco “… se non sapremo proteggere la natura non riusciremo a proteggere noi stessi”.

Non ci sono solo le microplastiche. A far danno ci pensano anche le oxo-plastiche o le plastiche oxo-degradabili sono plastiche convenzionali che contengono additivi che promuovono l’ossidazione del materiale. Sono utilizzate in applicazioni come film per uso agricolo, sacchi per la spazzatura e il trasporto, imballaggi per alimenti e coperture per discariche. Possono scomporsi in particelle molto piccole, contribuendo alla contaminazione ambientale da microplastiche.

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