Mascherine: da protezione a problema ecologico?

La dispersione di guanti e mascherine nell’ambiente può diventare un nuovo problema ecologico e sanitario: ecco perché vanno seguite le disposizioni dell’ISS e va ripensata la filiera dei dispositivi di protezione in termini di economia circolare.

Tra i vari problemi che l’emergenza del coronavirus si trascina con sé c’è il corretto smaltimento dei dispositivi di protezione. Nonostante l’Istituto Superiori di Sanità (ISS) abbia dato delle direttive chiare su come e dove buttare guanti e mascherine, l’abbandono sempre più frequente dei dispositivi monouso per strada sta divenendo un enorme problema sanitario ed ecologico.

Già dal 18 maggio quando siamo entrati nel vivo della Fase 2, per prevenire una nuova ondata di contagi, con la ripartenza delle attività commerciali come ristoranti, bar e parrucchieri l’uso obbligatorio della mascherina è stato esteso a tutti i luoghi chiusi accessibili al pubblico.

Questo in teoria significa che potremmo arrivare ad impiegare circa 1 miliardo di mascherine e mezzo miliardo di guanti al mese, secondo le stime effettuate dal Politecnico di Torino. Ma attenzione, le associazioni ambientaliste da Legambiente al WWF stanno già lanciando ripetuti appelli: basta anche solo che l’1% delle mascherine non venga smaltito correttamente per ritrovarci oltre 40mila kg di plastica in natura. Una bomba ecologica, se non si fa un uso responsabile di questi dispositivi.

Mentre nella Fase 1 ammiravamo estasiati le immagini della natura che riprendeva possesso delle città, in questa fase dobbiamo annotare tristemente come guanti e mascherine chirurgiche vengano gettati per strada senza pudore, con forti concentrazioni intorno ai supermercati e farmacie tali da diventare parte dell’arredo urbano. Incuranti dell’impatto che tutte queste mascherine abbandonate possono avere sull’ambiente, poi ci commuoviamo davanti alle immagini terribili degli uccellini soffocati e impigliati dalla mascherina che fanno il giro sulle bacheche dei nostri social network.

E non sono le uniche cartoline di quello che potrebbe accadere nel futuro. Ne abbiamo già parlato nel nostro blog, mascherine e guanti uniti alla plastica monouso possono soffocare i mari: stiamo già osservando immagini di pesci soffocati da questi nuovi prodotti, composti da tessuti, polimeri, ma anche ganci o strutture che si trasformano per gli animali in piccole reti.

Inoltre, dal punto di vista sanitario, abbandonare per strada mascherine e guanti potenzialmente infetti può essere molto pericoloso in quanto il virus conserva la carica virale sulle superfici anche per giorni. Non a caso secondo alcuni esperti della catena dello smaltimento, le mascherine e i guanti andrebbero classificati come rifiuti tossici con lo stesso codice (15.02.02*) di assorbenti, filtri dell’olio, stracci e indumenti protettivi contaminati da sostanze pericolose.

Lo spiega benissimo in un articolo il dottore Nicola Macchione, urologo impegnato nei reparti COVID del San Paolo di Milano, che sottolinea quanto sia irresponsabile lasciare tali materiali in giro nel corso di un’epidemia: “lasciare materiale in giro, buttandolo per strada, è vergognoso quando non c’è una situazione come quella attuale, mentre è scandaloso nel pieno di un’epidemia. Fatta questa premessa, con le temperature attuali (siamo in giugno mentre scriviamo) e anche considerando che i pazienti asintomatici hanno una carica virale più bassa, possono essere meno pericolosi. Ma non c’è dubbio: mascherine e guanti sono comunque da considerarsi potenzialmente infetti, perché magari su di essi è rimasto un discreto quantitativo di materiale biologico sul quale il virus può resistere per 4-6 ore. Credo che dobbiamo ancora comprendere a pieno la pericolosità della situazione: al di là dei tecnicismi, è un’assoluta questione di senso civico”.

Anche se è legittimo proteggersi dal coronavirus, non possiamo esimerci dunque dal fare un uso irreprensibile dei guanti e delle mascherine monouso, non gettandoli a terra, anzi capendo dove vadano buttati i diversi tipi disponibili sul mercato.

Come e dove buttare guanti e mascherine

Il nuovo decreto Riaperture ha imposto l’obbligo di indossare la mascherina in tutti i luoghi chiusi accessibili al pubblico inclusi i mezzi di trasporto e in tutti casi in cui non sia possibile rispettare il distanziamento sociale. Nello specifico l’articolo 3 del nuovo DPCM chiarisce che l’uso è obbligatorio per chi è esposto al virus come gli operatori sanitari; per chi lavora in luoghi dove non è possibile rispettare il distanziamento sociale e per chiunque svolga un’attività a contatto diretto con le persone: negozianti, parrucchieri, estetiste, ristoratori, commessi, albergatori …Inoltre, esenta dall’utilizzo i bambini al di sotto dei sei anni e i soggetti con forme di disabilità non compatibili con l’uso continuativo della mascherina.

Una volta scattato l’obbligo, ci sono state le corse a fare ingenti scorte di guanti e mascherine che, ricordiamo, si distinguono in diverse tipologie in base alle caratteristiche. Vediamole brevemente.

Esistono le mascherine a scopo igienico che non proteggono le vie respiratorie, ma evitano che si lancino involontariamente i famosi droplet (le goccioline di saliva). Le mascherine chirurgiche sono dispositivi di protezione individuale pensati per ridurre i rischi di infezione tra i sanitari. Proteggono dai droplet, ma non è detto che proteggano dall’aerosol di una persona contagiata e dopo qualche ora devono essere sostituite.

Le FFP2 e FFP3 senza valvola proteggono sia chi le porta che chi viene in contatto con l’utilizzatore. Essendo prive di cuciture o saldature questo genere di mascherina permette di avere protezione quindi sia in fase espiratoria che in quella inspiratoria. Questo tipo di mascherina è solitamente usato dal personale medico. Mentre le FFP2 e FFP3 con valvola proteggono dal virus solo chi le indossa, in quanto il virus può filtrare dalla valvola presente sulla mascherina.

Per quanto riguarda i guanti usa e getta, ricordiamo quelli in lattice che garantiscono un alto livello di sensibilità, elasticità e impermeabilità. Queste caratteristiche le rendono simili alla plastica, ma in realtà il lattice è un prodotto naturale, ottenuto dall’incisione della corteccia degli alberi della gomma. I guanti in nitrile sono fatti in una gomma sintetica elastica, resistente ed ergonomica, ideale per chi manipola alimenti o ha necessità di massima protezione lavorando a contatto con sostanze chimiche e/o fluidi corporei. Infine, i guanti in vinile sono in polivinilcloruro (PVC). Hanno una sensibilità e una resistenza minore rispetto a quelli in nitrile, ma sono ugualmente morbidi ed elastici.

Una precisazione sui guanti: ma servono veramente? Come spiegato in questo recente articolo l’Organizzazione mondiale della Sanità ha espresso la sua posizione sui guanti: non sono raccomandati. E questo per vari motivi: rischi di contaminazione, senso di falsa sicurezza. Meglio lavare e igienizzare le mani. Insomma, dannosi per l’ambiente e a quanto pare, piuttosto inutili.

Ma, una volta usati, dove vanno buttati guanti e mascherine? Partiamo dal presupposto che una risposta a questa domanda è stata già data dal documento divulgato dall’ISS che distingue i casi di positivi e non positivi al Covid-19.

Nel primo caso, non è necessario fare la raccolta differenziata, anzi guanti, mascherine e tutti gli altri rifiuti domestici vanno avvolti in due o tre sacchetti di plastica e smaltiti nei raccoglitori condominiali o comunali per l’indifferenziata.

Nella seconda eventualità, chi non è positivo al Coronavirus e non è in quarantena può continuare la raccolta differenziata come di consueto, avendo cura di buttare mascherine guanti e mascherine nell’indifferenziata usando almeno due sacchetti, uno dentro l’altro.

Viene subito da chiedersi perché bisogna buttare prodotti biodegradabili e riciclabili come i guanti in lattice o in PVC nell’indifferenziata? Perché, come abbiamo spiegato prima, sono dispositivi potenzialmente infetti e quindi potenzialmente pericolosi. Perciò l’ISS dispone di gettare mascherine e guanti nel contenitore dei rifiuti indifferenziati, evitando di disperderli nell’ambiente, e raccomanda di lavarsi accuratamente le mani dopo l’operazione.

Nessun problema di smaltimento invece per le mascherine di comunità previste nel decreto, ovvero le “mascherine monouso o mascherine lavabili, anche auto-prodotte, in materiali multistrato idonei a fornire una adeguata barriera e, al contempo, che garantiscano comfort e respirabilità, forma e aderenza adeguate che permettano di coprire dal mento al di sopra del naso” poiché essendo mascherine lavabili possono essere disinfettate dopo un lavaggio in lavatrice e riutilizzate.

La programmazione di una filiera sostenibile

Per evitare una bomba ecologica e sanitaria, dovuta alla dispersione nell’ambiente di milioni di mascherine monouso, sono sempre più necessari educazione civica e comportamenti corretti da parte di noi cittadini che dobbiamo gettare i dispositivi di protezione usati nell’indifferenziata, come da indicazioni dell’Istituto Superiore di Sanità. Ma è anche vero che si fa sempre più impellente il bisogno di ripensare allo smaltimento delle mascherine e dei guanti e di programmare una filiera sostenibile in grado di trasformare questi rifiuti tossici in “riciclabile”.

Se sono corrette le previsioni di Francesco Saverio Violante, direttore della Medicina del lavoro del Policlinico Sant’Orsola di Bologna, nei prossimi mesi serviranno sino a 40 milioni di mascherine al giorno, il che si tradurrà in 300 tonnellate di rifiuti al giorno che finiranno direttamente nei pochi termovalorizzatori italiani che stanno già sopportando maggiori carichi dovuti alla pandemia da Covid-19. In breve, rischiamo l’intasamento dei sistemi di smaltimento.

Per non ingolfare il sistema, bisogna ripensare la filiera dei dispositivi di protezione in chiave di economia circolare. È quanto sostiene, in una interessante intervista a Repubblica, Claudia Brunori di Enea, responsabile per l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile di ambiente, uso efficiente delle risorse e sostenibilità dei sistemi produttivi, che starebbe valutando con ministeri e privati alcuni progetti pilota per realizzare una nuova filiera.

La responsabile Enea spiega che attualmente in Italia le mascherine utilizzate dal personale sanitario come quelle ad uso civile vengono trattate, sanificate, raccolte e portate agli inceneritori. Ciò obbliga a buttare tutto, senza riciclare nulla. Questa operazione in termini di economia circolare ha costi alti e, alla lunga, insostenibili. Mentre, in realtà, i dispositivi ad uso medico sono composti da materiale di valore che potrebbe essere recuperato, processato e riutilizzato.

Invece, per ora stiamo importando la maggior parte delle mascherine e i pochissimi macchinari che abbiamo per produrre FFP2 seguono regole prive di sostenibilità: le mascherine vengono realizzate in più polimeri e più materiali, perciò riciclarle è praticamente impossibile. Bisognerebbe invece produrre un prodotto adatto all’economia circolare ovvero mascherine fatte con un unico polimero e materiali che possano poi essere riciclati. Sono allo studio varie idee come dei dispositivi con il solo filtro staccabile e lavabile, riciclabili, mascherine che contengano un solo polimero e una produzione di polipropilene da dedicare solo a questo.

Per non rischiare di ingolfare il sistema e ritrovarci con milioni di mascherine da smaltire ci vuole un processo produttivo condiviso e una maggiore attenzione all’aspetto ambientale. Come, per esempio, promuovere l’uso di contenitori appositi per le mascherine da distribuire nelle città, magari davanti alle farmacie o i supermercati: “raccolte e sanificate, i componenti di quei prodotti potrebbero essere riutilizzati”, afferma la Brunori.

In attesa di un ripensamento generale della filiera legata alle mascherine, oggi possiamo aiutare l’economia circolare a prendere piede usando app come Riciclario che vengono in soccorso nella corretta gestione dei rifiuti: il “Dizionario dei Rifiuti” presente nell’App ci ricorda dove buttare un guanto o una mascherina usata durante questo periodo di emergenza. Perché il primo obiettivo è smaltire correttamente (e civilmente) guanti e mascherine usati per contrastare il contagio. Gettarli per terra non solo inquina ma può addirittura contribuire alla diffusione del virus.

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